Il lavoro che non
c’è. E’ diventato questo l’argomento principale dei telegiornali e la
preoccupazione più assillante per milioni di italiani dal futuro incerto.
Abbandoniamo per un momento le sciocchezze e le funeree notizie televisive ed
iniziamo a ragionare sul problema in modo concreto.
Il lavoro è il fondamento dell’economia e lo stesso
manca nei quei paesi in cui mancano i consumi, dove manca il progresso, la
ricchezza. Può dunque questo essere un problema italiano? Se guardiamo ai
fondamentali della nostra economia la
risposta può essere una sola: NO!
E allora perché in Italia si dice che manchi il lavoro? Se gli italiani sono un popolo di consumatori, se a Natale i negozi di
tecnologia sono stati letteralmente presi d’assalto, se i ristoranti sono pieni
com’è possibile che il lavoro sia scomparso? Di certo c’è che la “scomparsa”
del lavoro in Italia porterà mano a mano ad una diminuzione dei consumi, che
già c’è anche se in termini di decimali, e ad un graduale, ma sempre più
rapido, impoverimento del paese con conseguente ulteriore diminuzione del
lavoro. Ciò che anche i più ignoranti in materia sanno è che l’economia è una catena di
produzione-consumo: se uno dei due si ferma è tutta l’economia a
risentirne: si ferma tutto!
Dunque veramente non c’è lavoro? Oppure il lavoro è stato
portato via?
Da circa 30 anni
infatti dapprima le maggiori aziende italiane, poi a seguire anche quelle medie
e piccole, hanno iniziato una vera e propria marcia verso la produzione
all’estero (Cina, India, Sudamerica ed Est Europeo). Tali migrazioni non erano
destinate ad acquisire maggiori quote di mercato internazionale ma a sfruttare
la manodopera a basso costo. Più volte abbiamo sentito da Prodi e altri politici
italiani, complici a questo punto, che il problema del lavoratore italiano era
la “competitività”. La mia domanda è: come si può diventare competitivi con un
operaio cinese che guadagna 100 euro al mese e mangia 2 ciotole di riso al
giorno? Come può esserlo sui costi il piccolo imprenditore italiano che
riceveva dai grossi gruppi le commesse di produzione se il suo alterego cinese
stipa 200 persone sotto un telone senza la benché minima norma di sicurezza? La
risposta è ancor più semplice: non si può!
Alla totale
desertificazione produttiva tecnologica italiana (in un mondo oggigiorno sempre
più “Hi-tech” non esiste un produttore italiano di cellulari, tv, informatica
varia! Negli anni ’80 Olivetti
contendeva la leadership mondiale nientemeno che all’IBM!) si è così
aggiunta una progressiva perdita di molte capacità e conoscenze che i nostri
lavoratori avevano e che rendevano il prodotto italiano ineguagliabile e la
manodopera qualificata. Non solo: per rendere il “made in Italy estero” uguale o
per lo meno simile a quello italiano abbiamo iniziato a fornire quelle
conoscenze che rappresentavano la nostra vera ricchezza!
Nel corso degli
anni dunque si è proceduto ad una graduale ma inarrestabile spoliazione del
tessuto produttivo italiano in quei settori (ad esempio tessile e calzaturiero) in cui l’Italia era
leader mondiale e non aveva pressoché concorrenti dando così lavoro a milioni
di persone. Il problema in questo campo non è rappresentato dalle aziende
cinesi o di altri paesi in via di sviluppo in quanto il prodotto italiano è, o
almeno era, di qualità infinitamente superiore e dunque la produzione cinese
non è mai andata ad intaccare quel target di consumatore che vuole pagare e
pretende la qualità del prodotto. Il problema è rappresentato semmai da quei produttori
italiani che sono andati alla ricerca di maggiori utili basati sulla
speculazione e sullo sfruttamento chiudendo direttamente o facendo chiudere
(con l’indotto del tessile lavoravano circa 3 milioni di italiani!) migliaia di
aziende e lasciando così disoccupata una massa ingente di persone.
E dove sono finiti tutti quei lavoratori di tanti posti
di lavoro perduti?
Semplice: Call
center, società di servizi del nulla, finanziarie hanno per anni sostituito il
lavoro vero, quello delle fabbriche che pian piano iniziavano a trasferirsi
all’estero non per sopravvivere ai costi italiani bensì per semplice
speculazione, per rimpinguare utili sempre più importanti lasciando sul terreno
nazionale disoccupati a raffica che si riciclavano nelle attività del nulla di
cui sopra. Oggi però anche queste stanno scomparendo: i tanto tristemente
famosi Call Center stanno chiudendo in massa e vengono spostati all’estero
(moltissimi in India) tanto che oggi non si trova nemmeno quello di lavoro! Non
solo: i nostri giovani, i nostri disoccupati non hanno più le conoscenze di un
tempo. Abbiamo una massa di disoccupati priva di qualifiche lavorative! Una
massa inerme di gente che dopo aver studiato una vita non sa fare assolutamente
nulla!
L’ultima a levare
le tende in ordine di tempo è stata la OMSA che lascerà a casa quasi 300
persone per trasferirsi in Serbia. Azienda in perdita? Anche in questo caso
niente affatto! E ancora l’ALCOA che chiuderà in Sardegna lasciando a casa
oltre 1000 persone perché sull’Isola, hanno dichiarato i dirigenti, il costo
dell’elettricità è troppo alto. E qui veniamo al punto dolente: l’Italia è rimasta indietro. Le
infrastrutture sono le stesse di cinquant’anni fa! Le stesse che, costruite
durante il ventennio fascista, hanno rappresentato un incredibile volano per
l’economia nazionale anche nel dopoguerra.
La politica anziché
fungere da sprone all’amministrazione per creare e migliorare le infrastrutture
è servita solo per incancrenirla sempre più con la propria corruzione e connivenza
con la criminalità. Fino a ieri girava su internet un filmato che mostrava i
lavoratori di una ditta cinese completare un grattacielo di 30 piani in appena
15 giorni! Certo non chiediamo questo all’Italia ma per diamine in quale paese
costruire un’autostrada (la Salerno-Reggio Calabria) richiede 30 anni? Accade
così che le opere italiane appena completate siano già vecchie!
Torniamo agli
imprenditori: tali signori non hanno capito che dalla localizzazione avranno si
nel breve termine avranno dei vantaggi ma il licenziamento dei lavoratori, la
riduzione della loro capacità d’acquisto porterà inesorabilmente ad una
diminuzione dei consumi e della spesa dei cittadini italiani che si
ripercuoterà sui loro guadagni che verranno meno, in toto, almeno sul mercato
italiano ovvero quello di riferimento per molti gruppi che hanno delocalizzato
all’estero la produzione.
Ecco dunque che per
qualche manager con voglia di fare soldi facili e qualche figlio di papà che ha
ereditato imperi industriali senza aver sudato per un minuto in vita sua non
c’è niente di più facile che far scomparire questo lavoro dal nostro paese e
realizzare forti profitti iniziali. Ma questa strada, anche per loro, porta ad
una sola direzione: il baratro!
La politica non
interviene, è invischiata fino al collo in quanto spesso e volentieri i partiti
ricevono soldi e finanziamenti da lobby, gruppi di potere, industriali:
emblematici i vari scandali delle cricche che pagano a politici e
amministratori case, vacanze, alberghi, ristoranti, etc. Per quale motivo
farebbero ciò? Buon cuore e beneficienza? Ovvio che no.
La politica, se
onesta e rivolta al fine di realizzare l’interesse pubblico italiano (e già qui
inseriamo due condizioni difficilmente riscontrabili in Italia) dovrebbe
intervenire con forza, la stessa che gli viene concessa dai cittadini con il
voto! Le forze politiche rilevanti invece operano nella direzione
diametralmente inversa con l’interesse esclusivo di realizzare il proprio scopo
ovvero quello di stare al potere il più a lungo possibile. Intervenire oggi,
viste le condizioni in cui i politici hanno legato mani e piedi l’Italia ad una
serie di istituzioni internazionali usuraie e usurpatrici della sovranità
nazionale, sarebbe già di per sé estremamente difficile ma ancora non impossibile
se solo ve ne fosse la volontà ma soprattutto la capacità!
Su quest’ultima
infatti i dubbi sono notevoli visto che ad esempio buona parte del Parlamento
non ha idea di cosa sia il famoso “rating” o lo “spread” nonostante se ne parli
da ormai un anno tutti i giorni e, assurdo dell’assurdo, dovrebbero essere loro
a porre in essere le misure per calmierarlo!
La Francia annuncia l’introduzione di dazi. La Volkswagen
cresce, la Fiat emigra.
Fino ad un paio di
anni fa la Lega, soprattutto durante il governo Prodi, urlava a modo suo, come
sempre, chiedendo l’introduzione di dazi
doganali contro la merce che arrivava dalla Cina. La solita mossa
propagandistica visto che in otto anni di Governo non ne hanno fatto nulla in
perfetto stile Lega nord. Guarda un po’ proprio di dazi doganali ha parlato la
Francia di Sarkozy pronta ad inserirli nella prossima manovra. E allora cosa
dovrebbe fare l’Italia? Considerato quanto scritto prima, ovvero le difficoltà
di intervento in un sistema economico così ingessato e spesso dipendente da
fattori esterni, è necessario comunque intervenire. Non possiamo più assistere
ad un paese schernito a piè spinto in ogni angolo del globo. Dovremmo semmai capire
per quale motivo la Volksvagen procede ad acquisizioni, cresce sul mercato producendo
in Germania mentre la Fiat, terminata la manna statale che l’ha sempre tenuta
in piedi per un secolo a spese degli italiani, chiude stabilimenti e si prepara
ad andar via dall’Italia. Dunque concludiamo: siamo in un paese che garantisce
la libertà economica e quindi non può impedire ad altri di andare a produrre
all’estero: bene e sia. Ma la stessa politica dovrebbe impedire a questi
signori di venire a vendere in Italia introducendo dei dazi, non ai cinesi ma
agli stessi italiani (!!), che rendano pressoché inutile e non conveniente la
loro scelta di andare a sfruttare lavoratori stranieri al solo fine di
incrementare sfruttare manodopera a basso costo. Di ciò se ne gioveranno non
solo gli italiani ma tutti quegli imprenditori che hanno deciso di tenere duro
e continuare a produrre in Italia nonostante la concorrenza scorretta dei loro
colleghi. Il risultato? In Italia potrebbe creare un buco di offerta che
verrebbe colmato da nuove aziende e con il ricavato dai dazi pagati da quelle
che hanno preferito emigrare si potrebbe così finanziare la ricerca
indispensabile per continuare a rimanere sul mercato e alla quale molti
imprenditori rinunciano proprio per far quadrare i conti; si finanzierebbero le
indennità di disoccupazione ai lavoratori di quelle imprese che chiudono non
per la crisi ma per delocalizzare; si potrebbe elargire denaro fresco alle
stesse imprese che faticano a trovare finanziamenti presso le banche.
Insomma una montagna di risorse che servirebbero a far
ripartire l’Italia: altro che decreto Salva Italia!
L’Italia questa classe politica e di presunti “tecnici” l’ha affossata! Ma
d’altronde finchè saremo in democrazia dobbiamo accettare il verdetto
elettorale anche se lo stesso è il risultato di partiti con potentati economici
immensi alle spalle, che controllano i media e ottengono spesso e volentieri i
voti dalle organizzazioni criminali. In tutto ciò non creda di scampare al
nostro giudizio il 40% degli italiani che non va a votare: anche loro sono
colpevoli.
Di ignavia.
Giuseppe Minnella

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